Cactus41: la sfida al deserto. Perché fiorire è l’unica rivoluzione
Lungo il 41° parallelo la terra non è solo arida per il sole, ma spesso anche per il pensiero. Contro

C’è un momento preciso in cui una città decide se vuole vivere o lasciarsi andare. Non è quando arriva il politico di turno con la promessa dell’ennesima riqualificazione. Non è quando inaugura il centro commerciale nuovo. È quando decide di fermarsi. Di spegnere il rumore. Di sedersi e ascoltare.
Il 5 marzo 2026, alle 21:00, quel momento potrebbe arrivare per Foggia.
Al Teatro del Fuoco salirà sul palco Umberto Galimberti con “Il bene e il male. Educare le nuove generazioni”. Un titolo che sembra uscito da un sussidiario di mio nonno, lo so. Ma è esattamente la questione che ci sta sfuggendo di mano mentre noi guardiamo da un’altra parte.
Perché qui, diciamocelo senza peli sulla lingua, la differenza tra bene e male l’abbiamo smarrita da un pezzo. Sostituita con “conveniente” e “sconveniente”. Con “mi serve” e “non mi serve”. Con “chi se ne frega” e “fatti i fatti tuoi che campi cent’anni”.
E i nostri figli? I nostri figli ci guardano. E imparano.
Quando l’Ospite si installa e non paga l’affitto
Galimberti lo chiama l’ospite inquietante. Il nichilismo. Quella roba che entra nella cameretta dei ragazzi senza bussare, si siede sulla sedia (quella dove buttano i vestiti) e sussurra: “Perché ti sforzi? Tanto è tutto inutile. Tanto non cambia mai niente”.
E noi?
Noi eravamo in cucina a litigare per il telegiornale. O al bar a lamentarci del Comune. O su Facebook a insultare sconosciuti per partito preso.
Abbiamo lasciato la porta aperta. E l’Ospite è entrato.
Adesso lo vedi nei loro occhi. Quegli occhi vitrei, spenti, quando escono dal “Lanza” o dal “Volta”. Non sono cattivi, i ragazzi. Magari lo fossero! La cattiveria richiede passione, fuoco. Loro sono… vuoti.
Scorrono vite su Instagram che non sono le loro. Mettono cuoricini a gente che non conoscono. Si arrabbiano per le visualizzazioni non ricambiate. Ma se gli chiedi: “Cosa vuoi fare da grande?”, ti guardano come se avessi parlato aramaico.
Ricordo una sera, qualche mese fa, al Teatro Giordano per uno spettacolo. Nell’intervallo c’era un gruppo di liceali. Tutti col telefono in mano. Nessuno che parlava con l’altro. Erano lì, insieme, ma completamente soli. E io pensavo: ma che stiamo facendo?
Stiamo crescendo una generazione di monolocali umani. Chiusi dentro. Senza finestre.
L’analfabetismo emotivo (e Foggia ne sa qualcosa)
C’è un concetto che Galimberti ripete come un mantra: risonanza emotiva.
In parole povere significa: se io non sento il dolore che causo all’altro, non ho motivo di fermarmi.
L’etica non è un codice scritto. Non è “non rubare perché è illegale”. È “non rubare perché se rubo a te, sento nel petto il tuo male”.
Guardiamoci allo specchio, foggiani.
Siamo ancora capaci di questa risonanza?
O ci siamo fatti il callo?
Ci siamo abituati alle bombe, alle saracinesche bruciate, ai regolamenti di conti davanti ai bambini?
Ci siamo abituati a dire “poverino” e girare pagina?
E i ragazzi? Loro ci guardano mentre in auto tagliamo la strada a uno e non ci facciamo nemmeno una piega. Ci guardano mentre diciamo “arrangiati”, “fregatene”, “tanto sono tutti uguali”.
E imparano che l’altro non è una persona. È un ostacolo. O uno strumento.
Questa, ragazzi, è la morte dell’etica.
E Galimberti verrà a dircelo in faccia. Non con dolcezza. Con la brutalità necessaria.
La scuola istruisce, ma chi educa?
L’altro giorno parlavo con un professore di lettere, uno di quelli con trent’anni di trincea. Mi disse: “Michele, io non faccio più il prof. Faccio il notaio. Registro assenze, metto voti, compilo griglie. Ma educare? Quello lo facevano i miei maestri. Io non ne ho il tempo”.
E aveva ragione.
La scuola oggi è un’azienda. Crediti, debiti, competenze, PTOF. Carta. Burocrazia.
Ma chi si siede accanto al ragazzo che prende 4 e gli spiega che il fallimento non è la fine, ma l’inizio?
Chi gli dice che essere fragili è umano, non una malattia?
Non i prof, sommersi da incombenze.
E nemmeno noi genitori.
Perché noi ci siamo trasformati in avvocati difensori dei nostri figli.
Se prendono una nota: “Il prof ce l’ha con lui”.
Se litigano: “L’altro è un bullo”.
Se falliscono: “È colpa del sistema”.
Abbiamo tolto tutte le pietre dalla loro strada. Abbiamo lucidato il pavimento davanti ai loro passi.
Risultato? Non sanno camminare. E alla prima buca si sfasciano.
Galimberti ci dirà una cosa che farà male: senza sofferenza non c’è crescita. Senza frustrazione non c’è desiderio. Senza cadute non c’è l’imparare a rialzarsi.
Stiamo allevando cristalli. Trasparenti, fragili, bellissimi. Ma il mondo è pieno di martelli.
Il Teatro del Fuoco come metafora (e come luogo)
Il Teatro del Fuoco ha una storia fatta di trasformazioni, come certi edifici che non smettono mai davvero di appartenere alla città. Prima ancora di essere palcoscenico, è stato un luogo legato al lavoro e all’urgenza, alla presenza concreta dei Vigili del Fuoco: un posto nato per stare in piedi quando tutto brucia.
È un teatro senza l’opulenza dei grandi templi culturali, e va bene così. Ha un’austerità onesta, una dimensione provinciale nel senso migliore: concreta, riconoscibile, poco incline all’estetica e molto più al contenuto. E proprio per questo, il 5 marzo potrebbe diventare qualcosa di più di una semplice data in cartellone: un gesto pubblico, un punto di attrito, un posto in cui si decide che il pensiero non è un optional.
Una sala piena, non di gente venuta a consumare intrattenimento, ma di persone disposte a pagare un biglietto per farsi disturbare sul serio da un filosofo ottantenne, sarebbe un segnale netto. Un segnale contro il vuoto, contro la rassegnazione, contro quella frase tossica che si ripete ovunque: “tanto è tutto uguale”. E magari, sotto la cenere di una città logorata dal sole e dall’incuria, si vedrebbe ancora ciò che conta: una brace accesa, piccola ma reale.
Non cercate scuse (perché ne avete già troppe)
Allora facciamo così. Il 5 marzo non prendetevi impegni.
Non dite “c’è la partita”. Non dite “sono stanco”. Non dite “costa troppo”.
Sapete quanto costa l’ignoranza emotiva? La pagate in psicologi tra dieci anni. O peggio: in solitudine.
Portateci i figli. Anche se vi odieranno sul momento. Anche se durante il viaggio in macchina staranno con le cuffiette e lo sguardo rivolto al finestrino.
Trascinateli.
Magari una frase — una sola — di quelle due ore passerà attraverso il loro cinismo difensivo. E si pianterà lì, dove serve. Nel fondo. Dove le radici crescono al buio.
Io ci sarò.
E se alla fine vedo qualcuno con gli occhi lucidi, o anche solo fermarsi in silenzio prima di uscire… saprò che questa città non è morta.
Saprò che c’è ancora voglia di capire. Di cambiare. Di non arrendersi.
Perché, come dice Galimberti: non possiamo evitare il nichilismo. Ma possiamo decidere se subirlo o attraversarlo.
Partiamo da qui. Dal Fuoco.
Arrivate per le 20:30. Parcheggiare in centro quella sera sarà un’impresa.
Biglietti:
Disponibili su TicketOne e Vivaticket.
Chi dovrebbe venire:
Genitori disperati, insegnanti eroici, ragazzi annoiati ma curiosi, e chiunque si sia chiesto almeno una volta: “Ma dove stiamo andando?”.
Lungo il 41° parallelo la terra non è solo arida per il sole, ma spesso anche per il pensiero. Contro

