Tratturi, pale eoliche e silos: paesaggio o discarica visiva del Sud?

Panorama pittorico del Tavoliere con campo di grano, tratturo antico e pale eoliche all'orizzonte - impatto eolico paesaggio

Da secoli il Tavoliere è orizzonte. Pianura, grano, tratturi che lo attraversano come cicatrici benedette. Un paesaggio che ha un nome preciso: identità. Ma negli ultimi vent’anni qualcosa è cambiato. Sono arrivate le pale. Circa millesettecento aerogeneratori solo in provincia di Foggia. Poi i pannelli fotovoltaici. Poi i capannoni della logistica. E adesso, quando guardi l’orizzonte, non vedi più il Tavoliere. Vedi una discarica visiva. Vedi la transizione energetica che divora la memoria. E allora la domanda è semplice: siamo sicuri che salvare il pianeta significhi cancellare i luoghi?

Parto da un numero. Un numero che fa impressione anche solo a leggerlo.

1.618 aerogeneratori.

Questo è il censimento aggiornato degli impianti eolici presenti in provincia di Foggia, realizzato dal WWF Capitanata e organizzato su sistema informativo geografico (GIS). Altri parlano di 1.700 pale.

Millesettecento torri d’acciaio piantate sul territorio. Alte decine di metri. Visibili da chilometri di distanza. Concentrate soprattutto sui crinali tra Puglia e Campania, sui Monti Dauni, nelle zone subappenniniche.

Ma non sono solo lì. Stanno scendendo. Stanno invadendo anche il cuore del Tavoliere. E con loro arrivano i pannelli fotovoltaici. I parchi agrivoltaici. I capannoni logistici che sbucano come funghi lungo la statale 16 e la Foggia-Manfredonia.

E il paesaggio? Il paesaggio sta scomparendo.

Il Tavoliere che non esiste più

Facciamo un passo indietro. Un passo lungo tremila anni.

Il Tavoliere — nome che, secondo l’etimologia più citata, deriva dalla Tabulae censuariae, il catasto romano dei pascoli — è sempre stato orizzonte. Pianura sconfinata. Grano d’estate. Erba d’inverno. E i tratturi: quelle vie larghe 111 metri (60 passi napoletani) che da ottobre a maggio portavano milioni di ovini dall’Appennino abruzzese e molisano fino ai pascoli pugliesi.

Un paesaggio antropizzato, certo. Ma antropizzato con misura. Con rispetto. Con una logica che non era “occupare tutto lo spazio disponibile”, ma “usare lo spazio necessario”.

I tratturi erano larghi, ma lineari. Non invadevano. Attraversavano. E lasciavano spazio al resto: ai campi, ai boschi, alle masserie, agli uliveti. Il paesaggio restava leggibile. Restava un paesaggio, appunto. Non un puzzle di funzioni sovrapposte.

Nel 2019 la transumanza è stata iscritta nel Patrimonio Immateriale dell’Umanità UNESCO. Un riconoscimento che dice: questa pratica, questi luoghi, questa cultura hanno un valore universale. Vanno tutelati.

E invece? Invece i tratturi oggi sono spesso invasi, cementificati, cancellati. E attorno ad essi — dove una volta c’erano solo campi e vento — oggi ci sono pale, pannelli, capannoni.

La febbre dell'eolico (e il territorio come merce)

Torniamo alle pale.

1.618 aerogeneratori già installati. Ma non è finita. Perché ci sono decine di nuovi progetti in fase di autorizzazione. Eolico onshore. Eolico offshore (dall’Adriatico pugliese fino al Salento). Parchi eolici “integrati” con sistemi di accumulo.

Nel marzo 2025 c’è stata una protesta davanti alla Prefettura di Foggia. Associazioni ambientaliste, agricoltori, cittadini. Striscioni con scritto “Basta pale eoliche”. La LIPU ha denunciato l’impatto devastante su fauna e paesaggio: “1.700 pale non bastano? E le bollette restano alte”.

Perché questo è il paradosso. Le pale continuano a moltiplicarsi. Ma le bollette? Quelle non scendono. L’energia prodotta qui finisce altrove. Il profitto resta alle multinazionali. E il territorio? Il territorio paga. Paga in termini di perdita di identità, di degrado paesaggistico, di impatto su avifauna migratoria e fauna selvatica.

Ma non è solo una questione ambientalista. È una questione culturale. È la questione del diritto dei luoghi a restare luoghi.

Perché quando pianti 1.700 pale su un territorio, quel territorio smette di essere quello che era. Diventa altro. Diventa una fabbrica di energia a cielo aperto. Diventa un paesaggio funzionale, non più un paesaggio identitario.

E il fatto che tutto questo avvenga in nome della transizione energetica non lo rende automaticamente giusto.

Fotovoltaico: quando i campi di grano diventano campi di pannelli

E poi c’è il fotovoltaico.

Grazie ai fondi del PNRR e alla misura Parco Agrisolare, le aziende agricole del Sud — Puglia in primis — possono ottenere contributi a fondo perduto fino all’80% per installare impianti fotovoltaici sui tetti dei fabbricati strumentali.

Bene, direte. Energia pulita. Autoconsumo. Sostenibilità.

Sì, in teoria.

Ma nella pratica? Nella pratica stanno nascendo parchi agrivoltaici enormi. Impianti da 45 MW nei campi di grano, come quello approvato a Foggia in contrada Poppi. Distese di pannelli che occupano ettari ed ettari di suolo agricolo.

E qui sorge una domanda: se mettiamo i pannelli sui campi, dove coltiviamo? Se trasformiamo il Tavoliere — una delle pianure più fertili d’Europa — in una centrale fotovoltaica, cosa resta della vocazione agricola di questo territorio?

La risposta è: poco. Molto poco.

Certo, esistono soluzioni di compromesso. L’agrivoltaico, che teoricamente dovrebbe permettere di coltivare sotto i pannelli. Ma chiunque abbia mai coltivato qualcosa sa che le piante hanno bisogno di luce. E che un campo ombreggiato da pannelli solari non è un campo. È un’area degradata.

Allora diciamolo chiaro: il fotovoltaico a terra, su larga scala, rischia di entrare in conflitto con l’agricoltura. È una sostituzione, quando la coltivazione resta solo nominale. Non un’integrazione.

I capannoni della logistica (e il Tavoliere come retrovia dell'e-commerce)

E se le pale e i pannelli non bastassero, ci sono anche i capannoni.

Negli ultimi anni il Tavoliere è diventato un’area sempre più attrattiva per piattaforme, depositi e operatori della logistica, complice la posizione lungo le principali direttrici di traffico e la presenza di vaste zone industriali.

E così sono spuntati siloscapannonipoli logistici che occupano decine di ettari. Strutture enormi, squadrate, anonime. Che di giorno brillano di lamiera al sole. Di notte restano illuminate come astronavi atterrate per sbaglio.

E il paesaggio? Ancora una volta: scompare.

Perché un capannone da 20.000 mq non si integra nel paesaggio. Lo domina. Lo cancella. Lo rende irrilevante.

E quando ne costruisci dieci, venti, trenta lungo la stessa direttrice, quello che ottieni non è sviluppo. È sprawl. È caos edilizio. È un territorio che smette di essere pensato e diventa solo occupato.

La domanda scomoda: possiamo dire no?

E allora arriviamo al punto.

Io sono per la transizione energetica. Sono per le rinnovabili. Sono convinto che il cambiamento climatico sia la sfida più grande della nostra generazione.

Ma sono anche convinto che non tutto è sacrificabile. Che esistono luoghi che hanno un valore che non è quantificabile in megawatt prodotti o posti di lavoro creati. Che il paesaggio non è un optional estetico, ma parte costitutiva dell’identità di un popolo.

E il Tavoliere è uno di quei luoghi.

Non perché sia “bello” in senso turistico. Ma perché è leggibile. Perché quando lo guardi, capisci immediatamente cosa è. Capisci la storia. Capisci la fatica. Capisci i tratturi, il grano, la transumanza, le masserie. Capisci che quel paesaggio è stato costruito in tremila anni di rapporto tra uomo e terra.

E se lo riempiamo di pale, pannelli e capannoni, quella leggibilità scompare. Quel senso scompare. E quello che resta è un non-luogo. Un territorio indifferente. Una discarica visiva che potrebbe essere ovunque.

Allora la domanda è: possiamo dire no?

Possiamo dire: “Qui no. Non in questo modo. Non con questa densità. Non senza un piano”?

Oppure dobbiamo accettare passivamente ogni progetto che arriva, perché “è green”, perché “crea posti di lavoro”, perché “se non lo facciamo noi lo farà qualcun altro”?

Cosa si potrebbe fare (se ci fosse volontà politica)

Non è impossibile. Non è utopia. Basta guardare cosa fanno altri territori europei che hanno affrontato lo stesso problema.

1. Un piano paesaggistico vincolante
Il Piano Paesaggistico Territoriale Regionale (PPTR) esiste. Ma viene spesso oggetto di deroghe. Bisogna renderlo vincolante. Niente impianti in aree tutelate. Niente deroghe.

2. Distanze minime dai tratturi e dai beni culturali
La transumanza è patrimonio culturale immateriale UNESCO; i tratturi sono l’infrastruttura storica legata a quella pratica. Non si può costruire a ridosso. Servono fasce di rispetto di almeno 500 metri. Lo stesso per castelli, masserie storiche, centri abitati.​

3. Limiti di densità degli impianti
Non si possono piantare 1.700 pale in una sola provincia. Serve un tetto massimo, calcolato in rapporto alla superficie territoriale e alla capacità di carico paesaggistico.

4. Fotovoltaico solo su coperture esistenti
Niente più pannelli a terra su suolo agricolo. Fotovoltaico solo sui tetti di capannoni, fabbricati industriali, parcheggi, aree già compromesse.

5. Revamping degli impianti esistenti
Prima di autorizzare nuovi impianti, obblighiamo a potenziare quelli vecchi. Pale più alte, più efficienti, che producono di più occupando meno spazio.

6. Compensazioni reali per il territorio
Se un’azienda installa pale o pannelli, una quota dei profitti deve restare al territorio. Fondi vincolati per tutela del paesaggio, restauro dei tratturi, valorizzazione culturale.

Tutto questo si può fare. Ma serve coraggio politico. Serve dire no ai grandi player energetici. Serve mettere il territorio prima del profitto.

L'orizzonte che non c'è più

Quando ero ragazzo, andavo in bici lungo la strada che da Lucera porta verso Troia. Salivi un po’, poi ti fermavi. E guardavi.

Davanti a te c’era il Tavoliere. Tutto. Dalla Daunia al Gargano. Campi di grano che sembravano un mare. Masserie bianche come navi. E l’orizzonte. Quel senso di infinito che ti faceva sentire piccolo ma anche parte di qualcosa di più grande.

Adesso, se torni lì, l’orizzonte non c’è più.

Ci sono le pale. Decine. Centinaia. Che tagliano il cielo. Che dominano lo sguardo. Che dicono: “Questo non è più un paesaggio. È una fabbrica”.

E io mi chiedo: è questo il prezzo che dobbiamo pagare? È questo il Sud che vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi?

Un Sud senza identità. Un Sud funzionale. Un Sud che esiste solo per produrre energia da esportare altrove.

Oppure possiamo ancora scegliere? Possiamo ancora dire: “No, questo no. La transizione energetica sì, ma non a costo di cancellarci”?

Perché salvare il pianeta non può significare perdere i luoghi.

E il Tavoliere, con i suoi tratturi, con il suo grano, con il suo orizzonte sconfinato, è uno di quei luoghi che non possiamo permetterci di perdere.

Fonti consultate e Link di approfondimento

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